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A Codigoro il calvario di Giorgia Benusiglio, quasi uccisa dall'ecstasy

A Codigoro il calvario di Giorgia Benusiglio, quasi uccisa dall
Diretta e coinvolgente Giorgia Benusiglio ha incontrato per la seconda mattina consecutiva i ragazzi del Polo scolastico di Codigoro, dell'Istituto Guido Monaco di Pomposa e del Centro Formazione Professionale per portare la propria testimonianza, parlare con loro di droga e stupefacenti e dei danni causati dalla loro assunzione.

In un Teatro Arena pieno di ragazzi dai 12 ai 17 anni, Giorgia è stata introdotta dal sindaco Alice Zanardi: "E' un grande onore per noi averti qui, la partecipazione e il coinvolgimento delle scuole è la prova evidente che questo genere di iniziative, volte alla sensibilizzazione nei confronti di determinati argomenti, sono indispensabili per i giovani della nostra comunità".

Giorgia Benusiglio era una ragazza normale, con una famiglia solida alle spalle, che ha rischiato di morire per una mezza pasticca di ecstasy, assunta quando aveva 17 anni. Per questo motivo ha subito un trapianto di fegato e dovrà assumere a vita farmaci antirigetto.

È proprio lei a raccontare, con estrema lucidità e schiettezza ad un pubblico silenzioso ed attento, la sua storia che, ancora minorenne, l'ha portata a vivere un vero e proprio calvario. Lo fa senza tralasciare nessun dettaglio, nella sua crudezza e minuzia di particolari. Lo fa descrivendo le reazioni che il suo corpo ebbe dopo l'assunzione della droga. "E' stato estremamente doloroso, sono stata un mese e mezzo in terapia intensiva, era difficile anche respirare, sono arrivata a pesare 27 chili. Ho dovuto fare riabilitazione, polmonare e muscolare (i muscoli si erano atrofizzati) per ben due volte mi hanno dato l'estrema unzione. Per fortuna il mio corpo non ha smesso di combattere".

Racconta di quanto ci si sente soli con il proprio corpo quando si rischia la vita, di quando, nonostante una famiglia amorevole sempre presente, ci si accorga delle nostre fragilità. Racconta, con una grande capacità comunicativa, della fatica di vivere con la costante ansia di sapere che il tempo che le rimane da vivere è limitato, che solamente sbagliando o saltando l’assunzione del farmaco potrebbe compromettere per sempre la sua vita.

"Tutto questo però mi ha portata ad una reazione. Con l'appoggio di mio padre, che per primo cominciò ad andare nelle scuole a parlare di questa esperienza con i giovani, trovai la spinta e la consapevolezza per poter aiutare altri ragazzi come me, raccontando di come tutto è mutato a fronte di una scelta dettata dalla curiosità e dall'inesperienza".
Un missione che è diventata la sua vita, fatta principalmente di incontri e di dialogo con i giovani. Una mano tesa per mettere a conoscenza i ragazzi dei pericoli ai quali vanno incontro anche solo assumendo mezza pasticca (ogni anno vengono create circa 50 nuove droghe), dei danni fisici e psicologici ai quali si espongono loro e indirettamente anche i loro famigliari.

"Mio padre, una settimana dopo il mio intervento scrisse una lettera al Corriere della Sera. In questa lettera disse che avrebbe voluto vegliare di più sulla mia adolescenza, e non mi rammarico mai abbastanza per i sensi di colpa che gli ho causato, le cicatrici dell'anima sono molto più difficili da accettare di quelle fisiche".

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