Comacchio e Lidi

Il gioco dei tappi, un 'calcino' vecchio stile

Il gioco dei tappi, un

Per le gare ciclistiche c'erano invece le classiche biglie

Che fine ha fatto il gioco dei tappi? Adesso, purtroppo, le lattine e le bottigliette di plastica hanno soppiantato quelle di vetro racchiuse dai tappi a corona. Quando eravamo bambini li raccoglievamo e poi, a parte, ritagliavamo le testine dei nostri campioni preferiti per farli correre su un campo, che era un rettangolo in legno sul quale fissavamo ai lati due porticine. Il Subbuteo mica c’era!

E così, coi tappi, nascevano appassionanti sfide con le nostre squadre del cuore o tra nazionali. Un amico più grande di me si divertiva ad appiccicare il nome degli 11 giocatori della tal squadra all’interno di tondini bicolori, che rappresentavano appunto i colori sociali di quella formazione.

Al posto della palla c’era un bottone, che dovevi infilare sapientemente in rete. Tempi da un quarto d’ora e la presenza di un arbitro, una terza persona, possibilmente imparziale, che aveva il compito di controllare che tutto filasse liscio. Ricordo la piaga che si era formata alla prima falange del dito medio di mio cugino, a forza di spingere quei tappi a corona.

Per le gare ciclistiche, invece, usavamo le classiche biglie. In cortile avevamo creato una pista con tanto di gran premio della montagna. Sempre quel mio cugino preferiva i gregari: Chiodini, Cestari, La Cioppa.

Ricordo una sfida epica, a tappi, tra Italia e Resto del Mondo. In un quadernetto nero, di quelli che si usavano una volta, scrivevamo le formazioni, i risultati di quelle partite e le note, mutuandole dai commenti stereotipati dei cronisti di allora: campo al limite della praticabilità, spettatori 50.000 (Sandro Ciotti una volta disse: arbitra Lo Bello davanti a 60.000 testimoni).

Stavamo ore ed ore incollati davanti a quel rettangolo in compensato. Adesso, invece, ce ne stiamo altrettante ore incollati al pc, a navigare tra social network e diavolerie varie, dove ti si aprono tanti universi e trovi tutto e il contrario di tutto.

Luciano Bonaccini
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